Dibattito: carcere




La questione carceraria è protagonista ricorrente del dibattito pubblico italiano a causa dei problemi che affliggono l’istituzione penitenziaria. L’articolo 27 della Costituzione indica il fine, la rieducazione del condannato, ma il carcere è lo strumento più adatto per raggiungerla? Le statistiche ci informano che il 68,4% dei detenuti torna a delinquere, contro il 19% di chi ha scontato pene alternative (1), ma il tasso di recidiva si abbassa in maniera considerevole se viene offerto ai detenuti un percorso di reinserimento lavorativo.

Il carcere, dunque: ad oggi principale strumento cui ci affidiamo per rieducare chi delinque e per sentirci protetti dai crimini, è ancora il mezzo più adeguato?

A prima vista, si potrebbe pensare che il carcere sia ormai un anacronistico residuato del passato, la cui esistenza permane solo per la difficoltà di pensare strumenti più moderni ed efficaci per il controllo della criminalità. L’elevato tasso di recidivismo al termine del periodo di reclusione; l’effetto stigmatizzante che consegue alla carcerazione e che rende estremamente difficoltoso il reinserimento nel contesto sociale di chi ha sperimentato periodi di reclusione; il costante problema del sovraffollamento che porta l’Italia a periodiche condanne da parte delle istituzioni internazionali e a corrispondere cospicui risarcimenti ai detenuti che sopportano situazioni di violazione dei loro diritti durante la detenzione; la fatiscenza degli istituti penitenziari; l’enorme costo che il mantenimento dei detenuti comporta per la società, anche a fronte degli scarsi effetti deterrenti che ne derivano; gli squilibri sociali ed economici che si registrano tra la popolazione degli istituti detentivi e la media della popolazione nazionale; la percentuale di stranieri che transitano per i luoghi di reclusione di gran lunga superiore rispetto alla percentuale dei medesimi sulla popolazione nazionale; la sensazione che il carcere sia una pena riservata a chi non ha difensori sufficientemente abili da consentire di evitarla attraverso le numerose scappatoie che il sistema consente; gli effetti disumanizzanti che la reclusione determina su coloro che vi sono sottoposti (2). Queste sono solo alcune delle molte critiche che i detrattori del carcere come istituzione muovono all’idea della reclusione come unica (o almeno principale) forma di reazione sociale al crimine.

La risposta alla domanda che poniamo, però, non è scontata: vi sono infatti istanze sociali che non possono essere trascurate e che richiedono una risposta da parte dello Stato.

Intanto, è innegabile che la minaccia della privazione della libertà, seppure non dissuada chi ha già sperimentato la reclusione dal commettere nuovamente reati, rappresenta pur sempre una minaccia che previene la commissione di reati da parte di coloro che non hanno ancora vissuto tale esperienza. Inoltre, vi sono situazioni in cui la sicurezza delle vittime – attuali o potenziali – esige forme di segregazione degli autori delle condotte offensive. Infine, l’istanza sociale di tenere sotto controllo la paura della criminalità anche attraverso misure idonee a rassicurare la collettività impone l’incapacitazione almeno dei delinquenti percepiti come più pericolosi.

Il carcere, poi, almeno nei casi di pene di lunga durata espiate in strutture concepite in modo adeguato al trattamento rieducativo può rappresentare un’occasione effettiva di educazione e di inserimento sociale per soggetti che si siano trovati in condizioni sociali gravemente disagiate prima della carcerazione. Come insegnano esperienze simili a quella del carcere milanese di Bollate, il tasso di recidiva crolla drasticamente laddove l’istituzione carceraria è strutturata in modo da consentire un effettivo percorso di recupero del soggetto (3).

Un grande storico del diritto – Rudolf von Jhering – ha affermato che “La storia della pena è una continua abolizione”, e questo è certamente vero nella misura in cui il carcere è andato sostituendo le pene inumane e degradanti del passato, portando all’abolizione totale della pena di morte in molti paesi. Abbandonato il concetto di pena come forma di retribuzione volta ad affermare un’idea superiore di giustizia, le teorie penalistiche sviluppatesi successivamente hanno indotto – e inducono ancora oggi – a una continua riflessione sui presupposti e gli scopi che giustificano il ricorso allo strumento detentivo. Oggi quest’analisi non può prescindere dalle considerazioni sulla (in)capacità del carcere di assolvere pienamente a quella funzione rieducativa imposta dalla Costituzione, ferma restando l’irrinunciabile esigenza generalpreventiva della pena, che attraverso la minaccia dovrebbe svolgere un effetto dissuasivo rispetto ai fenomeni di devianza collettiva. Il carcere, dunque, è obsoleto e dovrebbe essere superato – o almeno marginalizzato – in favore del ricorso a strumenti diversi e più moderni di gestione del fenomeno criminale?

Da tempo la consapevolezza degli effetti criminogeni del carcere ha portato all’elaborazione di strumenti alternativi alla detenzione – almeno per le pene detentive brevi – da applicarsi in quei casi in cui la restrizione della libertà personale in un istituto penitenziario, lungi dal tendere alla rieducazione, rischierebbe di produrre l’effetto contrario. E ciò a vantaggio anche delle risorse economiche statali, tanto scarse da non essere in grado di assicurare condizioni di vita dignitose alla popolazione carceraria, né di facilitare il compito rieducativo di cui lo Stato è chiamato a farsi carico. Bisognerebbe quindi favorire il ricorso in modo via via più massiccio a misure alternative, oppure il controllo della criminalità richiede – e richiederà sempre – forme più intense di limitazione della libertà personale di quelle che tali misure impongono a chi vi è sottoposto?


Proposizione

Patrizia Ciardiello – Ministero della Giustizia

TBA

Opposizione

Paolo Storari – Pubblico Ministero, Tribunale di Milano

TBA


Introduce

Lorenzo Lipparini, assessore a Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data.

Evento organizzato con l’Assessorato a Partecipazione, Cittadinanza Attiva e Open Data del Comune di Milano.
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