Dibattito: cambiamento climatico



“Climate emergency” è la perifrasi designata come word of the year for 2019 dall’Oxford Dictionary. Lo studio attesta un incremento netto nell’utilizzo, a testimonianza non soltanto del costante aumento del grado di consapevolezza globale in merito a questioni climatiche, ma anche di un consapevole sforzo per comunicare con “immediatezza” l’urgenza nel gestire il complesso insieme di fenomeni implicati (1).

Il 2019 è stato anche l’anno di apertura del World Economic Forum di Davos 2020, conclusosi a fine Gennaio di quest’anno. Il tema ufficiale dell’evento: “Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World“. Da un lato, la discussione di un modello “alternativo“ di capitalismo – il multi-stakeholders capitalism –, dall’altro un’attenzione senza precedenti al tema del cambiamento climatico. Ed in effetti, come il termine “sustainable“ richiama, in primis la necessità di formulare dei modelli di sviluppo compatibili con l’emergenza climatica. Nello Zeitgeist della leadership economica mondiale, il “change imperative“ attinente alle questioni climatiche figura tra i principali (2).

Il Global Risks Report 2020 (3) del WEF conferma la rilevanza centrale e globale dei rischi legati al cambiamento climatico, e “suona le campane di allarme“ sul fallimento di politiche e misure di mitigazione del cambiamento climatico da parte di governi e imprese, e su disastri ambientali causati da mano umana. Questi rischi prioritari vengono associati alla “turbolenza geopolitica“ mondiale, che sta indirizzando verso un “unsettled unilateral world of great power rivalries” (4). Le divisioni interne e domestiche ai paesi, così come quelle internazionali, ostacolano la sempre più urgente collaborazione tra mondo economico e dell’impresa e i policy-makers, nel tentativo di gestire i rischi condivisi legati al cambiamento climatico.

L’Unione Europea, in questo contesto, che ruolo può rivendicare? Se da un lato il processo della Brexit, da poco conclusosi, sembra fornire l’esempio perfetto di quei fattori di instabilità e divisione, dall’altro l’UE costituisce uno degli esempi maestri di cooperazione internazionale, economica e politica. Ed anche uno dei più virtuosi, se si guarda alla sua volontà di attuare politiche di gestione condivisa del cambiamento climatico, testimoniata dal recentissimo European Green Deal (5). Il piano dovrebbe guidare l’Unione Europea in una profonda trasformazione socio-economica volta a ridurne l’impatto climatico e ambientale. Obiettivo: fare dell’UE il primo continente a emissioni nette nulle entro il 2050. Il proposito dichiarato è dunque di pilotare il più ambizioso processo di transizione energetica mai concepito nel continente, garantendo nel contempo una solida crescita economica e una protezione efficace per i settori industriali e sociali più vulnerabili (6). Per dirla con le parole della Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen: “Questa è la via europea. Siamo ambiziosi. Non lasciamo nessuno indietro. E offriamo prospettive” (7).

Le linee guida presentate al Parlamento Europeo prevedono l’inasprimento del target di riduzione di emissioni di CO2, l’istituzione di un fondo compensativo volto ad attutire i danni per i settori economici e paesi più vulnerabili alla transizione energetica, e l’introduzione di dazi legati al contenuto di emissioni dei prodotti importati. Il tutto con lo scopo di alzare il prezzo del carbonio, e riflettere correttamente nel sistema economico l’esternalità negativa che questo rappresenta per le comunità umane.

Mentre attivisti e analisti aspettano di vedere se alle parole seguiranno i fatti, e se le politiche individuate saranno effettivamente all’altezza del compito, è lecito domandarsi se queste misure economiche – nella scala richiesta a raggiungere gli obiettivi dichiarati – non rischino di produrre effetti depressivi sull’economia, e non correggibili per mezzo di misure compensative. In particolare, il nodo della questione ruota attorno alla compatibilità tra l’urgenza della tempistiche richieste per affrontare la crisi climatica, e la capacità del sistema economico e del tessuto sociale europei di assorbire e reagire positivamente alle trasformazioni necessarie. Inoltre, l’introduzione di una Carbon Border Tax potrebbe introdurre ulteriore tensione nella disputa internazionale su dazi e tariffe – particolarmente temute dai paesi esportatori dell’Unione. In nuce: un Green Deal minaccia la competitività economica europea?


Proposizione

Carlo Stagnaro – Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni

Davide Tabarelli – Presidente, NE Nomisma Energia

Opposizione

Andrea Di Stefano – Direttore, Valori.it

Maria Luisa Venuta – Sustainability Consultant, Mediatyche


Introduce

Lorenzo Lipparini, assessore a Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data.

Evento organizzato con l’Assessorato a Partecipazione, Cittadinanza Attiva e Open Data del Comune di Milano.
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